Isterie varie e Cina in panne affossano le Borse più di Bernanke

A Washington la frenata del Quantitative easing (o alleggerimento quantitativo) decisa dalla Federal reserve; a Pechino la sequenza di risultati negativi del manifatturiero cinese: se il crollo dei mercati registrato negli ultimi giorni fosse un crimine da thriller, sembra che i colpevoli siano già stati individuati. Ma è davvero così? Un editoriale di Anatole Kaletsky, pubblicato sull’International Herald Tribune di ieri, invita ad allargare le indagini: secondo l’economista, le parole pronunciate mercoledì scorso dal governatore della Banca centrale americana, Ben Bernanke, sono state fraintese. di Antonio Talia
13 AGO 20
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A Washington la frenata del Quantitative easing (o alleggerimento quantitativo) decisa dalla Federal reserve; a Pechino la sequenza di risultati negativi del manifatturiero cinese: se il crollo dei mercati registrato negli ultimi giorni fosse un crimine da thriller, sembra che i colpevoli siano già stati individuati. Ma è davvero così? Un editoriale di Anatole Kaletsky, pubblicato sull’International Herald Tribune di ieri, invita ad allargare le indagini: secondo l’economista, le parole pronunciate mercoledì scorso dal governatore della Banca centrale americana, Ben Bernanke, sono state fraintese. Il governatore in realtà ha chiarito esplicitamente che la Fed non smetterà di adottare politiche espansive anche in presenza di una crescita dell’occupazione americana superiore alle aspettative. Secondo Kaletsky, l’interpretazione dei Fed watcher che ha condotto al crollo dei listini sarebbe dettata da un pregiudizio negativo che sta caratterizzando i mercati dal 2009 a questa parte. Insomma, se fino alla crisi del 2008 si chiudevano entrambi gli occhi su questioncine come la bolla immobiliare negli Stati Uniti, o i diversi rischi di credito di paesi differenti come Germania e Grecia, adesso si tende a esagerare oltre il lecito paure come quella di un collasso dell’Eurozona.
Allargando le indagini a oriente, forse anche il rallentamento del settore manifatturiero in Cina, certificato dal Purchasing managers index a 48,3 punti, sembrerà solo una parte del problema. In queste ore infatti i media cinesi si pongono un problema ancora più grave, che sta suscitando numerosi interrogativi sulla tenuta di alcune banche del Dragone e sulle decisioni prese a porte chiuse dalla Banca centrale di Pechino. Il primo a lanciare l’allarme è stato il 21st Century Business Herald, uno dei più autorevoli quotidiani finanziari locali: mercoledì il mercato interbancario cinese è rimasto aperto oltre il consueto orario di chiusura per consentire agli istituti di credito di fronteggiare un vasto credit crunch e rastrellare quanta più liquidità possibile. Giovedì, lo Shibor – il tasso interbancario di Shanghai – ha registrato un notevole aumento, mentre il tasso delle operazioni pronti contro termine a sette giorni ha registrato i massimi storici. Le banche cinesi, insomma, non si fidano una dell’altra, sono restie a effettuare operazioni interbancarie e ci sarebbe stato persino il momentaneo default di Bank of China, una delle “big four” del Dragone, incapace di pagare i debiti contratti con le altre banche per una temporanea crisi di liquidità. Se questo è un thriller, il cliché vuole che a Chinatown “nulla sia come sembri”. Bank of China ha subito smentito le voci sul default e ha querelato il 21st Century Business Herald, ma nelle prime ore di venerdì si sono moltiplicati gli allarmi su altre banche di media grandezza, mentre gli operatori lamentavano un mercato praticamente fermo, in cui nessun istituto sembrava disposto a prestare agli altri. La situazione si è sbloccata solo alcune ore dopo, quando la Banca centrale avrebbe iniettato finalmente liquidità in alcuni degli istituti più importanti. Cosa si nasconde dietro questo “stallo alla cinese”? La risposta più probabile è che la Banca centrale voglia stroncare due fenomeni preoccupanti: il credito concesso indiscriminatamente alle amministrazioni locali e la proliferazione di prodotti finanziari estremamente opachi. Il “credito facile” è una delle armi impiegate dal Dragone per evitare le conseguenze più dure della crisi del 2008. Con le immense riserve in valuta estera di cui dispone, la Banca centrale cinese potrebbe rimediare alla crisi di liquidità abbastanza facilmente. Se non lo fa, dicono gli analisti, è per dare una lezione agli istituti più spericolati.

di Antonio Talia